Blog tour - Il morso della vipera di Alice Basso - La macchina per scrivere, amica fedele di una dattilografa



Buongiorno Desperate Readers come state? Oggi siamo qui per la quinta tappa del Blog Tour. Il libro è quello scritto dalla fantastica Alice Basso, ovvero Il morso della vipera, edito da Garzanti. Ho avuto l'enorme piacere di leggerlo in anteprima grazie a Marianna del blog "A spasso coi libri" che mi ha coinvolta in questo progetto. Oggi io vi parlerò della macchina per scrivere. Nel caso aveste perso le tappe precedenti...beh vi lascio i link proprio qui sotto. andate a leggerle perchè sono una più interessante dell'altra. 

Tappa 1 - E se il libro fosse un giallo - Esmeralda Viaggi e Libri: QUI
Tappa 2 - Anita una dattilografa sui generis - Bookspedia: QUI
Tappa 3 - Storia e ambiente della Torino degli anni '30 - Letture a Pois: QUI
Tappa 4 - Il giallo di Alice Basso da Vani Sarca ad Anita - Un libro per amico: QUI

E adesso... non ci resta che parlare della macchina per scrivere, l'amica di ogni dattilografa. Oppure no? 

"Ah, non so come dirtelo, Ani. E' sempre pieno di ragazze giovani e appena diplomate, che hanno le dita fresche di allenamento e digitano alla velocità del fulmine. Ne abbiamo una, una nuova, che sa fare cinquecento battute al minuto. Cinquecento! Tu...sono anni che non metti le mani su una macchina per scrivere. Nel frattempo è perfino cambiato il modello.""Embè?! Vorrà dire che questo nuovo funzionerà anche meglio!". Anita posiziona le dita sopra la tastiera. La Olivetti M40 sembra un piccolo pianoforte verticale. effettivamente ha l'aria minacciosa, con quelle sue piattaformine d'atterraggio per polpastrelli e l'estetica cromata che ricorda le auto naziste dei cinegiornali dell'Istituto Luce.

Come avrete ben compreso grazie alle tappe precedenti Anita è una bellissima ragazza che vive a Torino nel 1935. Ha studiato (oddio studiato, ha scaldato il banco) perchè l'hanno mandata a scuola, alla fine una bella ragazza non ha bisogno di istruzione, basta che sbatta le ciglia e può ottenere quasi tutto quello che desidera. Anita però decide di voler lavorare e la conversazione qui sopra è insieme alla sua amica del cuore Clara, che la mette davanti alla realtà: probabilmente come dattilografa avrà qualche difficoltà, dovrà scontrarsi con persone più preparate, abituate a battere velocemente le dita sui tasti e sopratutto che sanno scrivere le parole senza troppe esitazioni! Il bello di Anita Bo, oltre al fisico ovviamente, è che non si butta giù, combatte come un Gulo Gulo (se solo sapesse come è fatto) per ottenere il risultato. 

La dattilografa è colei che scrive mediante l'utilizzo di una macchina per scrivere. Durante gli anni '30 era un lavoro quasi del tutto femminile e ovviamente c'erano delle scuole apposite dove imparare a dattilografare, stenografare e a svolgere il piccolo lavoro d'ufficio. Che poi diciamolo, quando una donna veniva assunta con il ruolo di dattilografa faceva la donnina di casa...in ufficio e in più batteva a macchina qualche documento. 
Accantoniamo un momento il libro della Basso e andiamo a conoscere una dattilografa realmente esistita. A Torino nel 1936 Piera Bollito ha fatto sognare un po' tutti: in sei minuti ha ricopiato correttamente la prefazione scritta da Mussolini al libro del maresciallo Emilio De Bono sulla guerra d’Etiopia. Erano in 135 partecipanti al cinema Ambrosio, ma Piera è stata la più veloce delle torinesi e nel 1940 è stata la più brava delle italiane! 

Ecco, diciamocelo, Anita Bo e Piera Bollito non avevano le stesse abilità, brave entrambe ma in ambiti  totalmente diversi. Sarebbe stato forse più facile per Alice Basso raccontarci di una super dattilografa sempre sul pezzo, più semplice renderla credibile e attribuirle delle doti da detective, ma se conoscete un po' l'autrice siete al corrente che ama le sfide e che nei suoi personaggi tende a far emergere anche le imperfezioni. Il risultato è ottimo, anche questa volta. 
Come scrive Alice Basso, una fanciulla che voleva trovare lavoro con discreta facilità aveva bisogno di una macchina per scrivere come amica, carpirne i segreti, consumarne i tasti e poi provare a sostenere qualche colloquio e dimostrare la propria velocità. Oppure avere una faccia di tolla come quella della nostra protagonista, improvvisare, sbattere le ciglia, fingersi come non si è, e magari il posto di lavoro lo si portava a casa lo stesso! Per quanto riguarda Anita, beh meno male che ha avuto il posto nonostante non lo meritasse del tutto perchè si rivelerà una persona speciale e lei stessa scoprirà di avere doti nascoste sotto a quelle curve che fanno perdere la testa agli uomini. C'è un giallo da risolvere e l'autrice si servirà di una dattilografa astuta e di un traduttore/autore anticonformista. 

E domani? Sul blog "A spasso coi libri" Marianna intervisterà Anita. Non perdetevi il post perchè sarà uno spasso. 

Blogtour di Come un Respiro - Tappa 3 -Gli Hammam e bagni turchi fra tradizione e innovazione


Buongiorno carissimi, come state? Oggi tocca a me. Proprio così, siamo giunti alla terza tappa di questo interessante blogtour e oggi si parlerà di Hamam. Ma prima di immergerci in questo rilassante argomento vorrei ringraziare Marianna del blog "A spasso coi libri" per avermi coinvolta e la casa editrice per avermene fornita una copia. Non mi resta che lasciarvi il banner con il calendario! 

Dunque dunque, Come un Respiro è ambientato a Roma (nel presente) ma voleremo in Turchia grazie alle lettere di Elsa, la nostra protagonista. 
Proprio grazie alle sue epistole oggi conosceremo meglio gli Hamam. 

Come gli Hamam, sai, i bagni turchi, la versione bizantina delle terme romane. È una tradizione antichissima che è sopravvissuta nei secoli, sebbene ultimamente si stia un po' perdendo. Per i musulmani la pulizia è fondamentale e i fedeli prima di pregare si purificano. Gli Hamam che preferisco sono quelli di quartiere, piccoli e nascosti. In passato, quando la maggior parte delle case era sprovvista di acqua corrente e i servizi igienici, erano molto frequentati. Avevano un appuntamento sociale: ci si dava appuntamento, e ci si mangiava pure. Adesso sono per lo più in abbandono. Una volta, per caso, mi sono imbattuta in uno ancora funzionante. Sono entrata per dare un'occhiata, ma doveva essere l'ingresso degli uomini e un vecchio mi ha invitato severamente ad uscire. Ho fatto appena in tempo a intravedere un angolo del vestibolo, oltre l'atrio. Una fontanella di pietra zampillava al centro della stanza "
 Gli hamam, come si può dedurre da questa citazione, hanno origini antiche, infatti gli arabi trovarono già questi edifici fatti e finiti e poi ne costruirono altri simili. 
I musulmani dovevano purificare il corpo almeno cinque volte in una giornata sola, gli ingressi per gli uomini e per le donne erano rigorosamente separati e all'interno dell'edificio, oltre a passare il tempo, si facevano affari proprio durante la cura meticolosa del corpo. 

Fonte: www.parstoday.com

Ma cosa sono? All'interno di costruzioni maestose le persone si prendono cura del proprio corpo grazie ad un trattamento idroterapico che si effettua in un ambiente dove la temperatura raggiunge più o meno i 50° ma l'umidità arriva al 100%. Il clima umido fa sì che il corpo riesca a resistere più tempo al caldo. Le persone si sdraiano su superfici di pietra o marmo cercando di rilassarsi e godere dei benefici di questo trattamento. 
Prima ancora dei bagni turchi sono nate le terme romane, che erano edifici pubblici che sfruttavano per lo più le sorgenti naturali di acqua calda. Con il tempo si diffusero anche all'interno delle città e l'acqua veniva riscaldata grazie a dei focolai sotterranei. Erano delle città nella città, dei veri e propri monumenti. 
All'interno c'era un susseguirsi di stanze con al centro una vasca di acqua fredda.

Quindi possiamo dire che l'hammam nasce dall'unione tra la tradizione Romana e quella Ottomana. 

Durante il suo percorso di vita a Instambul Elsa ha deciso di mettersi in affari: addirittura ha deciso di comprare un Hamam, anche se tutti pensano sia un'idea folle perché una donna non ne ha mai gestito uno: troppo equivoco per una signora per bene. Ma perché? Forse perché, nonostante le donne potessero entrare da ingressi dedicati, una signora in affari continuava a non essere ben vista negli anni '70, ma ad Elsa tutto questo non importava, trasgredire le provocava un leggero piacere e ovviamente non si è tirata indietro! 

Ma come è fatto un hamam? Ci sono almeno tre stanze alle quali si accede in maniera progressiva. 
- Alla stanza tiepida si accede dopo essersi cambiati e il corpo inizia ad abituarsi al calore. Solitamente si possono trovare due bacinelle di acqua, una fredda e una calda. 
- Dopo aver iniziato a bagnare il corpo si può entrare nella hot room, dove la temperatura è alta, i pori della pelle si dilatano e le tossine possono uscire. 
- Dopo essersi lavati con cura nella stanza tiepida si accede alla stanza fredda: un luogo di relax dove aspettare che il corpo si abitui di nuovo alla temperatura "normale". 

Sì può dire che questa tradizione si sia mantenuta nel tempo, magari non immutata ma comunque si è cercato di preservare qualcosa che esiste da sempre, adattandosi al tempo. 
Oggi il bagno turco è di moda, non si trova esclusivamente in medioriente ma un po' ovunque, anche se, dite quello che volete, credo che un'esperienza a Instambul sia imparagonabile ad altre più moderne, nonostante siano più facilmente raggiungibili (per noi Italiani). 

Non vi è venuta voglia di un viaggetto in Turchia? Questo blogtour si sta rivelando un sogno ad occhi aperti. Domani Esmeralda vi parlerà dei sapori speziati della cucina turca. Io vi lascio con una frase di Sherazade "la città non sarà veramente perfetta se non il giorno in cui avrà un Hamam". 

Vi ricordo le tappe precedenti, nel caso le abbiate perse: 
Letture a pois QUI 
Un libro per amico: QUI 

Kiss for You 


Gruppo di Lettura di Fiore di Roccia - Tappa Tre - ATTENZIONE CONTIENE SPOILER



Buongiorno Carissimi Lettori, come state? In men che non si dica siamo arrivati alle battute finali. Il libro è terminato e qui a discutere insieme delle impressioni complessive!

«Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche i villaggi, mille metri più giù.
Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle.
Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame.
Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riem­piono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore.
Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione.
Risaliamo per ore, nella neve fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. I cecchini nemici – diavoli bianchi, li chiamano – ci tengono sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre saliamo con gli scarpetz ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i ’fiori di roccia’.
Ho visto il coraggio di un capitano costretto a prendere le decisioni più difficili. Ho conosciuto l’eroismo di un medico che, senza sosta, fa quel che può per salvare vite. I soldati ci hanno dato un nome, come se fossimo un vero corpo militare: siamo Portatrici, ma ciò che trasportiamo non è soltanto vita. Dall’inferno del fronte alpino noi scendiamo con le gerle svuotate e le mani strette alle barelle che ospitano i feriti da curare, o i morti che noi stesse dovremo seppellire.
Ma oggi ho incontrato il nemico. Per la prima volta, ho visto la guerra attraverso gli occhi di un diavolo bianco. E ora so che niente può più essere come prima.»

Con Fiore di roccia Ilaria Tuti celebra il coraggio e la resilienza delle donne, la capacità di abnegazione di contadine umili ma forti nel desiderio di pace e pronte a sacrificarsi per aiutare i militari al fronte durante la Prima guerra mondiale. La Storia si è dimenticata delle Portatrici per molto tempo. Questo romanzo le restituisce per ciò che erano e sono: indimenticabili.
Il libro è di 320 pagine e costa 18,80€ il cartaceo, su IBS potete prenotarlo autografato dall'autrice. L'ebook costa 9,99.

----------ATTENZIONE SPOILER da LEGGERE SOLO SE SI PARTECIPA AL GDL----------


Barbara Bandoli

gio 25 giu, 10:21 (1 giorno fa)
me
Ragazze belle...che dire, siamo arrivati alla fine e quest’ultima parte è stata a dir poco emozionante. 
Non starò qui a farvi il riassunto perché trattandosi di un libro appena uscito mi dispiacerebbe nel caso qualcuno leggesse questo post per sbaglio, spoilerare il finale (c’è scritto, ma a volte le persone non leggono bene). Tanto se siete arrivate fino a qui è perché lo avete letto 😂.
Partiamo con il dire che di perdite ce ne sono state parecchie e tutte molto dolorose. Ormai il carattere di Agata è ben delineato, siamo in grado di stare accanto  a lei e prevedere i suoi sentimenti e il suo stato d’animo. È una donna forte, temprata dalla vita e dal dolore che le sue spalle sono abituate a sopportare; anche il cuore ha un callo intorno e non si lascia andare a manifestazioni troppo sentimentali, né in un senso nè nell’altro. Mi ha colpito il suo modo di approcciarsi alla perdita, apparentemente senza scomporsi troppo ma sono certa che ogni bruttura la faccia invecchiare nell’animo. 
Se vi state chiedendo il mio pensiero riguardo al cecchino austriaco...beh una figura che mi ha fatto riflettere, che mi ha emozionato: un esempio di uguaglianza e diversità, un essere umano all’interno del quale scorre un sangue simile a quello italiano eppure in quel momento non potrebbe apparire più disuguale. Agata vede lontano, ha una visione molto moderna per quegli anni e probabilmente non capita da molti, a partire dalla sua amica Viola, ma lei non si scompone e porta avanti i suoi ideali, comportandosi come ritiene giusto, pronta a lottare per portare a casa un corpo al quale teneva ma altrettanto clemente con un ragazzo che porta una bandiera di un altro colore. Lei semplicemente non vede l’ora che finisca, non è assetata del sangue nemico, vorrebbe non vederne più scorrere tra le rocce delle montagne che sono la sua casa.
Mi è piaciuta questa tappa? Eccome. Forse non ho pianto come invece avevo creduto, ma sono rimasta turbata da molteplici fatti, in primis ho riflettuto su quanto ci sia da imparare e come diceva un saggio, più apprendi e più ti accorgi di essere ignorante. Non sapevo dell’esistenza delle Portatrici, donne straordinarie che andrebbero ricordate sui libri di scuola, persone coraggiose partite al buio senza nemmeno avere la certezza di essere rispettate, figuriamoci onorate. Comprendete la differenza tra un soldato che sa già che se non tornerà a casa verrà ricordato come un eroe che ha dato la vita per la Patria e una di queste ragazze? Volontarie partite per amore della propria terra, senza certezza alcuna, non riconosciute da nessuno e inizialmente controllate a vista come potenziali ladre? Io sono scossa da tutto questo e sono molto felice che Ilaria Tuti abbia preso la decisione di scrivere un romanzo a riguardo. Come speso mi accade  quando leggo un bel libro, sono andata a documentarmi su di un conflitto mondiale di cui ricordo poco, ho voglia di conoscere, perché la vita che  faccio oggi la devo anche alle persone che hanno combattuto per la libertà. 

Mi sono posta alcune domande però: ad esempio su alcuni personaggi che non ho capito fino in fondo, uno fra questi è Francesco. Qual è il suo ruolo? Certo, è un disturbatore, un antagonista, ma alla fine non mi è chiaro il suo posto nella storia. E la guaritrice? Una figura strana che avrei voluto approfondire di più. 
Infine Viola, perché non ha più voluto saper nulla di Agata? Cioè lo so, ma mi è dispiaciuto un po’ intuire e non avere un confronto diretto tra le due. 

Adesso non mi resta che aspettare i vostri commenti, ancora una volta, per l’ultima parte di Fiore di Roccia. 


CALENDARIO:

1 GIUGNO 2020 - Iscrizioni e calendario delle tappe. 

8 GIUGNO 2020 - data di uscita del romanzo -  Taggateci su INSTAGRAM ( oppure inviateci la foto privatamente e noi la condivideremo su IG) con la foto delle vostre copie, digitali o cartacee, noi siamo @desperate_bookswife e @ombre_di_carta , usando questo hashtag #fioredirocciagdl , spedirò un segnalibro fatto a mano (da me, quindi di nessun valore commerciale) alla foto che a noi piacerà di più. Avete tempo dall'8 giugno fino al 14 giugno compreso e successivamente dovrete commentare tutte e tre le tappe. Al termine del GDL comunicheremo il nome del vincitore. 

15 GIUGNO 2020 - Discussione prima tappa sul Blog Desperate Bookswife fino a pagina 105 (ovvero fino al capitolo 12 compreso). QUI

22 GIUGNO 2020 - Discussione seconda tappa sul blog Ombre di Carta da pagina 106 a pagina 210, (ovvero fino al capitolo 31 compreso).

29 GIUGNO 2020 - Discussione terza tappa sul blog Desperate Bookswife da pagina 211 (capitolo 32) alla fine.


Vi aspettiamo, a presto, un abbraccio. <3 

Keep Calm and Read Nadia #66 - Recensione di L'Isola dei fiori rossi





Buongiorno lettrici e lettori, come state? Oggi vi faccio viaggiare molto, molto lontano con l’immaginazione: andremo infatti alle Hawaii con L’isola dei fiori rossi di Alan Brennert, un romanzo che ha saputo emozionarmi, commuovermi e che, soprattutto, mi ha insegnato tantissime cose.

Non sapevo, per esempio, che la popolazione hawaiiana fosse stata, tra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo, tra le più colpite dal morbo di Hansen, ovvero la lebbra: a quanto pare gli abitanti di questi luoghi, vissuti per secoli nell’isolamento, si ritrovarono privi delle difese immunitarie necessarie ad affrontare e debellare la maggior parte delle malattie portate dagli stranieri, tra cui proprio il morbo di Hansen. Per cercare di arginare questa grave e contagiosa piaga, che rischiava addirittura di portare la popolazione hawaiiana all’estinzione, il governo impose misure restrittive molto dure: chi si ammalava di lebbra veniva arrestato, esiliato sull’isola di Moloka’i e i suoi beni confiscati per pagargli le cure (purtroppo, fino ai primi decenni del Ventesimo secolo, soltanto palliative).

Fonte Google

L’isola dei fiori rossi racconta la storia della vita di Rachel: ammalatasi di lebbra quando è solo una bambina, è costretta ad abbandonare la famiglia e a lasciare la sua casa di Honolulu per trasferirsi nel lebbrosario di Moloka’i. Vedremo Rachel crescere, farsi delle amiche e perderle a causa del morbo, crearsi una famiglia acquisita fatta di legami anche più forti di quelli di sangue e vivere una vita irta di difficoltà, ma anche piena e ricca di amore. 

Non sono una persona che si commuove facilmente; raramente un libro mi smuove emozioni nel profondo, ma devo confessare che questa storia ha saputo toccare le corde giuste. È impossibile non empatizzare con Rachel, non sentire la sofferenza di una bimba di neanche otto anni che deve allontanarsi, forse per sempre, dall’unica famiglia che ha mai conosciuto. Sicuramente questo romanzo non è una lettura leggera e vi lascerà tutt’altro che spensierati; devo però riconoscere che mai, neanche nei momenti più bui della vita della protagonista, mi sono sentita come se non ci fosse più speranza. L’autore è molto bravo nel dosare e alternare momenti più cupi ad altri più felici, e Rachel è un grande personaggio, che riesce a non abbattersi mai nonostante le durissime avversità a cui la vita la sottopone.

Inoltre questo romanzo mi ha conquistata per numerosi altri motivi: fra tutti l’ambientazione lussureggiante e perfettamente descritta, tant’è che già dalle prime righe ci si ritrova proiettati nella natura incontaminata della Honolulu di fine Ottocento. In più ho imparato tantissimo. Per esempio non conoscevo nulla della storia delle Hawaii prima dell’annessione degli Stati Uniti: voi sapevate che queste isole diventarono parte degli USA in seguito a un colpo di stato? O che fino alla fine del Diciannovesimo secolo le Hawaii fossero un regno? Adoro leggere romanzi dove alla finzione sono mescolati avvenimenti storici realmente accaduti. Durante la vita della protagonista l’autore ci farà conoscere i reali delle Hawaii e tremare per l’attacco giapponese a Pearl Harbor, ma troverà anche il modo di condannare la risoluzione statunitense che fece rinchiudere tante persone perfettamente integrate negli USA, colpevoli soltanto di essere nati in Giappone. 

Riuscirà la nostra Rachel a vedere il mondo fuori da Moloka’i? Lo scoprirete se deciderete di leggere questo meraviglioso e complesso romanzo, che credo mi resterà nel cuore e nella mente per molto, molto tempo.