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Keep Calm and Read Nadia #97 - L'acqua del lago non è mai dolce - Recensione



Buongiorno lettrici e lettori!

Oggi voglio parlarvi del romanzo vincitore del Premio Campiello di quest’anno: sto parlando di L’acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito.

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La protagonista di questo romanzo, Gaia, è una ragazza povera nella Roma degli anni Novanta e Duemila. Questo è ciò che più di tutto la definisce: il fatto di essere povera e di soffrire particolarmente questa condizione e tutte le conseguenze che comporta. Gaia (il cui nome, come lei stessa riconosce, non le si addice affatto) vive con la madre Antonia, il padre Massimo, immobilizzato su una carrozzina dopo un incidente sul lavoro, e i tre fratelli. È Antonia che pensa e provvede a tutto ciò di cui la famiglia ha bisogno: la casa, il cibo, i libri, perché con la cultura ci si affranca dalla povertà e dalla miseria, la cultura rende le persone consapevoli e permette loro di non ripetere gli errori di chi è venuto prima di loro. Seguiamo Gaia durante la sua infanzia, la sua adolescenza e il suo diventare adulta; è lei a parlarci in prima persona di ciò che le succede, delle sue reazioni e dei suoi sentimenti.

Nei confronti di questo romanzo mi sento piuttosto divisa: se da un lato ho apprezzato lo stile, molto personale e maturo anche se caratterizzato da scelte che io non avrei fatto (su tutte, la virgola a sostituire molto spesso altri segni di punteggiatura, come il punto e virgola, i sue punti e a volte anche il punto fermo), dall’altro ho trovato la storia di Gaia un po’ eccessiva e in alcuni punti anche inverosimile.

Mi rendo conto che il personaggio della protagonista nasca per stare antipatico al lettore (missione peraltro riuscita benissimo), ma ci sono svariati gesti che Gaia compie che nella vita reale non potrebbero in alcun modo restare impuniti. Lei invece se la cava sempre, come se per il resto del mondo non esistesse. Posso capire la metafora sottesa a questo, ma resta il fatto che non è plausibile, e questo a mio parere inficia un po’ la potenza della storia.

Gaia mi è risultata antipatica non tanto (o non solo) per la sua aggressività, per le reazioni completamente scomposte e instabili a cui si lascia andare, per il suo trovare soddisfazione e rivincita in ripicche meschine e infantili. L’ho trovata antipatica perché non prova mai entusiasmo per nulla. Ogni sua azione, dallo studio al fidanzarsi, ha l’unico scopo il tentativo di elevare la sua posizione sociale, di riscattarsi dalla vita di miseria in cui è nata. Non è mai davvero meramente felice; non sa godere né dell’amicizia, né dei successi scolastici, né, se non forse al lumicino, dell’amore.

I personaggi sono tutti caratterizzati molto bene, nonostante nessuno spicchi per simpatia. Da qualche piccolo dettaglio mi è parso di cogliere come la povertà descritta non sia stata effettivamente vissuta (uno su tutti: se sei povero e devi sfamare cinque o sei persone non credo che i carciofi siano la tua prima scelta tra le verdure), ma ci si passa sopra. Anche le ambientazioni mi sono piaciute perché particolarmente curate; non sono mai stata ad Anguillara Sabazia, ma le descrizioni della Caminito sono vivide e restituiscono alla perfezione l’immagine del paese.

Forse l’autrice ha voluto mettere un po’ troppa carne al fuoco in un romanzo non particolarmente lungo (mi riferisco alle vicende di Carlotta e di Iris), ma credo di capire la motivazione alle spalle. In generale il romanzo mi è piaciuto perché mi ha suscitato emozioni e riflessioni, anche se a mio parere sicuramente non è privo di difetti. Se amate le opere italiane e lo leggerete sono curiosa di conoscere le vostre opinioni!

Keep Calm and Read Nadia #96 - Bolle di Sapone di Marco Malvaldi

Carissimi lettori, dopo la pausa dettata dalle vacanze goderecce Nadia è tornata alla grande. Col Malvaldi, mica bruscolini...


Buongiorno lettrici e lettori!

Come state? Avete ancora i benefici delle vacanze o, come me, siete già di nuovo stufi di lavorare? Meno male che ci sono i libri che riescono a distrarci dal tran tran quotidiano! Oggi voglio raccontarvi di un romanzo appena uscito, uno di quelli che aspetto sempre con trepidazione perché è scritto da uno dei miei autori-coccola, quelli che acquisti a scatola chiusa perché tanto sai che non ti deluderanno. Sto parlando di Bolle di sapone, di Marco Malvaldi.

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Finalmente, dopo qualche anno, qualche autoconclusivo e un altro giallo con protagonista Pellegrino Artusi dopo Odore di chiuso, il Malvaldi torna a Pineta dagli amati vecchietti del Bar Lume, e lo fa con un romanzo ambientato in tempi di lockdown. Sì, perché siamo nel 2020, anche a Pineta è arrivato il Covid e inoltre nonno Ampelio è in ospedale con un femore rotto. Alice è rimasta bloccata in Calabria, dove era andata per un corso di aggiornamento; Massimo e Tiziana devono ingegnarsi trovando soluzioni da asporto per impedire che il bar fallisca a causa della prolungata chiusura forzata e i nostri vecchietti rischiano seriamente la depressione, non potendo più vedersi tutti i giorni per giocare a carte e a chi spara la corbelleria più grossa.

Meno male che arriva un caso su cui indagare: proprio in Calabria, vicino a dove si trova Alice, si sono verificati un omicidio e una morte sospetta. Geneticamente incapaci di farsi i fatti propri, i vecchietti emergono dalla letargia e si mettono in testa di aiutare Alice a risolvere il caso…

Ho divorato questo romanzo come se fosse un bicchiere della mia amata acqua frizzante, uno dei pochi guilty pleasure che mi sono rimasti. Malvaldi fotografa benissimo il clima psicologico presente in Italia l’anno scorso, durante quei mesi assurdi e quasi distopici in cui non avremmo mai pensato ci saremmo trovati. Il senso di isolamento, lo sfogo in cucina per molte persone che si sono trovate forzatamente chiuse in casa senza far nulla, l’impotenza di medici e infermieri non solo di fronte al Covid, ma anche alla burocrazia e alla politica in ospedale, le enormi difficoltà in cui si sono trovati baristi e ristoratori nel mantenere in piedi la propria attività, costretti a inventarsi nuove formulazioni per l’asporto e nuove ricette per ingolosire il cliente annoiato.

Anche la parte gialla è frizzantina al punto giusto, con un colpo di scena a mio parere perfettamente studiato, anche se questa volta più di altre, giustamente, la vita dei protagonisti la fa da padrona, con una notizia che presumibilmente allungherà ancora la serie.

In conclusione, una piacevole conferma per tutti coloro che amano Malvaldi; a chi ancora non lo conosce suggerisco di cominciare assolutamente dalla serie del Bar Lume, e quindi da La briscola in cinque.

Keep Calm and Read Nadia #95 - Il guardiano dei coccodrilli


Buongiorno lettrici e lettori! Oggi voglio raccontarvi di un romanzo poliziesco che mi ispirava, ma che si è rivelato una grande delusione. Sto parlando di Il guardiano dei coccodrilli, di Katrine Engberg.
Jeppe Korner e la sua collega Anette Werner, poliziotti di Copenhagen, sono chiamati a indagare sul brutale omicidio di una ragazza, il cui viso è stato sfregiato in profondità prima di venire uccisa. La vittima abitava nel palazzo di proprietà di Esther De Laurenti, un'anziana con velleità di scrittrice che ha descritto un omicidio molto simile nel suo romanzo. Sarà lei l'assassina?
La Engberg è famosa in Danimarca per essere, prima che una scrittrice, una donna di spettacolo, ballerina e showgirl: suonerò sicuramente ingenerosa, ma credo proprio che avrebbe fatto meglio a continuare nella sua professione principale. Sono sempre attratta dai nuovi thriller, soprattutto se scandinavi, e di solito Marsilio è una garanzia; in più Camilla Lackberg ne parlava bene nello strillo. Purtroppo però questo romanzo per me è stato un grande no.
Il guardiano dei coccodrilli - 18€ - 384 pagine- pubblicazione 2020 - trama QUI

La trama poteva essere accattivante, ma è stata sviluppata in maniera per nulla avvincente; i cosiddetti "colpi di scena" erano telefonatissimi e tutta la storia si è purtroppo dimostrata presto inverosimile e senza senso. La Engberg sembra ignorare le basi per la costruzione di un thriller avvincente, butta nel calderone i personaggi senza un vero e proprio criterio logico e anche il colpevole viene svelato quasi senza colpo ferire, come se non fosse ciò che maggiormente intriga il lettore di questo genere di libri. I personaggi principali sono poco interessanti e, sebbene l'autrice abbia cercato di fornire loro un background che potesse renderli simpatici al lettore, li ho trovati privi di spessore e non mi sono appassionata alle loro vicende. L'unico punto che salvo è quello relativo all'ambientazione, perché in questo caso l'autrice è riuscita a rendere Copenhagen protagonista della storia e a farmi venire voglia di visitarla (non che nel mio caso ci voglia molta capacità di persuasione!). Da come questo romanzo è stato presentato dalla casa editrice sembrerebbe essere soltanto il primo volume di una serie, ma questa volta mi sento sicura nel dire che non continuerò a leggere i libri successivi. Ora la vera domanda è: riuscirò a trovare un romanzo avvincente prima della fine dell'estate? Lo scopriremo solo vivendo...

Keep Calm and Read Nadia #94 - L'occhio del leopardo di Henning Mankell


Buongiorno lettrici e lettori!

Se tutto è andato secondo i piani, mentre voi state leggendo questo post io sarò finalmente partita per la mia meritata vacanza… ma non preoccupatevi, i nostri amati libri vengono via con me, pronti per allietarci anche al mare.

Oggi voglio parlarvi di un romanzo che purtroppo non mi ha coinvolta come speravo, e che probabilmente, se non mi avesse portato punti doppi per la Jolly Roger (sempre forza Jolly Roger, vero Baba?!) non avrei neanche terminato. Sto parlando di L’occhio del leopardo, dello svedese Henning Mankell. Nel corso degli anni, pur non avendo letto moltissimi libri di questo autore, ho imparato ad apprezzarne i gialli ambientati in Svezia, sia per la trama fitta e accurata, sia per le riflessioni sociali che Mankell inserisce sempre nelle sue storie, dandoci l’opportunità di aprire una finestra su un Paese, la Svezia, che siamo abituati a considerare come quasi perfetto e che invece, dal punto di vista di uno scrittore che vi è nato e vissuto, presenta luci e ombre come qualsiasi altro stato.
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Questa volta invece Mankell, pur non rinunciando a un protagonista svedese, ci porta nell’Africa nera, e più precisamente in Zambia, con un romanzo che non ha (quasi) nulla del giallo, bensì somiglia più a un incrocio tra un romanzo di formazione e un j’accuse alla politica europea in Africa, politica fatta di ingerenze, razzismo e corruzione.

Hans Olofson è un ragazzino nella Svezia degli anni Cinquanta; non ha mai conosciuto la madre e vive con un padre boscaiolo, alcolizzato e preda dei propri fantasmi. Negli anni Ottanta ritroviamo Hans in Zambia, gestore prima e proprietario poi di una fabbrica che produce uova. La storia di Hans ci viene raccontata alternando episodi del passato in Svezia ad altri del presente in Africa. Il protagonista è un uomo in fuga da se stesso, nient’affatto risolto e anche un po’ vigliacco, che si ritrova in Africa come per una sorta di espiazione e che non riesce mai veramente a prendere le redini della propria vita. Il romanzo prosegue a rilento e, in bilico tra il voler raccontare la storia di un uomo e l’esprimere una denuncia forte verso il colonialismo e il paternalismo europeo verso gli africani, finisce a mio parere per non decollare veramente né in un senso né nell’altro. Per molte, troppe pagine mi sono ritrovata a pensare che nel libro non succedesse niente, anche se comprendevo il punto di vista che voleva esprimere l’autore (almeno credo). Avrei inoltre preferito che l’ambientazione fosse tratteggiata in modo più accurato perché, a parte le impressioni del protagonista appena atterrato in Zambia, i paesaggi e le atmosfere di questo stato africano sono veramente poco protagonisti, e secondo me avrebbero dato un grande valore aggiunto al romanzo. In conclusione, L’occhio del leopardo si è rivelato a mio avviso un esperimento poco riuscito in un genere non prediletto da Mankell, sebbene il potenziale ci fosse tutto. Sicuramente il mio punto di vista sarà diverso da quello di molti di voi, quindi vi chiedo di lasciarmi il vostro parere, se avete letto questo libro e se ne avete voglia!

Keep Calm and Read Nadia #93 - Piranesi di Susanna Clarke - Recensione


Buongiorno lettrici e lettori!

La recensione di oggi sarà una recensione del tutto sui generis: questo perché il libro che ho letto è sui generis, e non potrei parlarvene in maniera approfondita senza guastarvi del tutto il piacere della lettura. Quindi, se volete, seguitemi in questa recensione delirante: non vi prometto che ci capirete qualcosa, ma credo e spero che riuscirò a incuriosirvi!

Allora, vediamo… titolo e autore posso dirveli: il libro che ho letto si intitola Piranesi, e l’autrice è l’inglese Susanna Clarke. Come dite? Il nome Piranesi rievoca in voi qualche reminiscenza delle lezioni di storia dell’arte del liceo? Ok, prendete questo ricordo e mettetelo da parte. Forse vi servirà se e quando leggerete il libro.

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Il Piranesi di questo romanzo vive nella Casa. La Casa è enorme, gigantesca, ci si può camminare per decine di kilometri senza vederne la fine. Spesso entra acqua nella Casa; ci si può nutrire dei pesci e dei molluschi e delle alghe che le maree portano con sé, e Piranesi ha imparato a farlo bene. Forse Piranesi non è neanche il suo vero nome; Piranesi non ne è sicuro. È l’Altro a chiamarlo Piranesi, l’unica persona presente nella Casa oltre a Piranesi. Ma la Casa è così grande che Piranesi e l’Altro non si vedono molto spesso: l’Altro gli dà appuntamento due volte alla settimana, e nel resto del tempo Piranesi non sa dove vada. Lo so, non avete capito niente, ma forse vi ho anche detto fin troppo. Prima di cominciare questo romanzo, di cui avevo visto ovunque la copertina e su cui avevo alte aspettative, ho spulciato qua e là alcune recensioni. Ovviamente (lo dico col senno di poi) tutte erano super evasive, alcune più della mia. Ho cominciato a pensare che si trattasse di una ca*ata pazzesca, come direbbe Fantozzi, la classica scena de I vestiti nuovi dell’imperatore nella quale tutti vedono che il re è nudo ma non osano ammetterlo per non passare per stupidi. La prima parte è stata molto difficoltosa: non capivo niente. La Clarke ci butta in medias res senza spiegarci nulla della vicenda; sappiamo solo ciò che Piranesi sa, o che crede di sapere. A mano a mano che la storia si dipana cominciamo a vedere una luce, facciamo le nostre congetture, cerchiamo una risposta al mistero, e alla fine la troviamo, e ne siamo felici e soddisfatti. Almeno per me è stato così. Verso Piranesi ho provato diffidenza, curiosità, rabbia, pena, tantissime emozioni, come e più che se fosse una persona autentica. La Clarke secondo me è stata geniale, sia perché ha costruito un romanzo con una struttura particolare e originale, sia perché i suoi personaggi mi accompagneranno sicuramente ancora a lungo. Una storia che spazia dall’arte al giallo, dalla scienza alla filosofia, e giunge a toccare le corde più profonde e diverse in ciascuno di noi. Mi dispiace davvero non potervi dire di più, ma fidatevi: non dico che l’imperatore ha un bellissimo vestito per non passare per stupida. Questo romanzo merita tantissimo, fidatevi di me a scatola chiusa per una volta. È anche piuttosto breve, sicché se non dovesse piacervi non perderete troppo tempo. Ma non capiterà, ne sono quasi sicura. Se lo leggerete, tornate a parlarmene. Voglio discuterne con ciascuno di voi. A presto!

Keep Calm and Read Nadia #92 - L'ospite inatteso - Recensione



Buongiorno lettrici e lettori! Di ritorno dall'assolatissima Lampedusa (non vi preoccupate, non mi sono scottata!) oggi vi racconto di uno dei due romanzi che mi ha tenuto compagnia in vacanza: sto parlando di L'ospite inaspettato, dell'irlandese Patricia Gibney.

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La tranquilla località irlandese di Ragmullin viene sconvolta da un brutale omicidio nella cattedrale: una donna è stata strangolata con il filo delle sue cuffiette dell’iPod. Sul caso viene chiamata a indagare l'ispettrice Lottie Parker, rimasta vedova da poco. Molto presto l'indagine si complicherà, coinvolgendo personalmente anche Lottie e la sua famiglia. Conosceremo anche il segreto che Parker porta con sé e che pesa sui suoi rapporti personali.
Ho comprato questo romanzo spinta dalle buone parole spese per l'autrice da un'altra scrittrice di polizieschi, la mia amata Angela Marsons. Si tratta dell'esordio di Patricia Gibney, e, anche se per certi aspetti questo si percepisce (ho compreso subito quale fosse l'identità dei colpevoli, per esempio), in generale posso dire di aver apprezzato tantissimo questo romanzo, tanto da voler recuperare al più presto anche gli altri volumi della serie. La detective protagonista, Lottie Parker, non è un personaggio particolarmente originale: chi legge molti polizieschi ritroverà in lei i caratteri dell'ispettore oberato di lavoro, con un passato familiare problematico e poco incline ai sentimentalismi. A mano a mano che la storia ingrana, però, il lettore viene sempre più coinvolto nella trama, che si fa più incalzante e avvincente pagina dopo pagina, e comincia anche ad amare la protagonista, con le sue fragilità e le sue manie.

Ho apprezzato molto il personaggio del sergente Boyd, che tiene a Parker probabilmente più di quanto lei non senta di meritare, mentre non ho sopportato il sovrintendente Corrigan, preoccupato soltanto dell'esito delle conferenze stampa. Anche l'ambientazione è un buon punto di forza del libro: la scelta di ambientare questi gialli non nella capitale Dublino ma in un paese di periferia a mii avviso si è rivelata vincente, in quanto la storia ne guadagna in atmosfera. Il giallo è ben orchestrato e la tensione non cala mai fino alla fine. Nonostante la trama sia piuttosto intricata e i personaggi non siano pochi, il desiderio di scoprire come sarebbe andato a finire il romanzo non mi ha mai abbandonata. L'unico dettaglio che mi ha fatto storcere il naso riguarda la scelta del titolo italiano, che non c'entra assolutamente nulla né con quello originale, né con la storia in sé, o almeno io non l’ho capito (se qualcuno di voi conosce questo romanzo ed è stato più sveglio di me, vi prego di svelarmi l’arcano del titolo!). Quando avvengono queste scelte insensate davvero non mi capacito. A parte questo, per quanto mi riguarda leggerò sicuramente gli altri episodi della serie, e la consiglio anche a tutti gli amanti del genere!

Keep Calm and Read Nadia #91- Il mistero delle croci egizie di Ellery Queen



Buongiorno lettrici e lettori!

Oggi voglio parlarvi di un classico della letteratura “gialla” americana, che però purtroppo non mi ha convinta, nonostante moltissime recensioni entusiaste: mi riferisco a Il mistero delle croci egizie, di Ellery Queen.

L’investigatore Ellery Queen, figlio dell’ispettore Richard, si trova a dover indagare su un macabro omicidio in Virginia: un maestro elementare è stato decapitato e appeso a una croce a forma di T. Mentre le indagini sono in corso giunge la notizia che un altro delitto è stato perpetrato con le stesse modalità a New York. Ellery Queen, naturalmente, scoprirà l’assassino.

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Complice la challenge di Superlettori all’arrembaggio ho scelto di colmare una delle mie più clamorose lacune letterarie: pur essendo una grande appassionata di gialli e thriller non avevo mai letto nulla a firma Ellery Queen, che credo essere, insieme a Agatha Christie e a Rex Stout, uno dei pilastri del giallo classico. Purtroppo –e il dio della letteratura poliziesca mi fulmini, se c’è- non sono riuscita ad apprezzare granché questo romanzo. Innanzitutto i personaggi: ce ne sono veramente troppi, tutti citati per nome anche quando non ce n’era la minima necessità. Oltretutto molti erano, a mio avviso, del tutto superflui, e la loro unica funzione è stata, almeno nella mia esperienza, quello di confondere e innervosire. Come minimo sarebbe stato necessario uno schema dei personaggi in apertura, per permettere al lettore di seguire più agevolmente: la mia edizione, Mondadori, non ce l’aveva.

Parliamo poi proprio dell’edizione: capisco che la prima pubblicazione di questo romanzo risalga al 1932, capisco il voler mantenere uno stile consono all’epoca, ma scrivere “menomamente” al posto di “minimamente” e “a misura che” anziché “a mano a mano che” o qualcosa di più moderno infastidisce soltanto, ancora una volta, il lettore che sta già cercando di barcamenarsi tra mille personaggi, uno più inutile dell’altro. Già, perché il vero protagonista in tutto ciò è solo ed esclusivamente Ellery Queen: l’ho odiato, perché ha sempre la risposta pronta, è in grado di partorire a ogni piè sospinto teorie fantasiose e strampalate con grande sicumera e non manca occasione per demolire qualsiasi ragionamento venga da un ispettore o da un amico. Tutto questo senza avere la “presenza scenica” di un Nero Wolfe o di un Poirot. La simpatia fatta persona, insomma.

Un altro difetto che ho riscontrato riguarda l’impianto narrativo: il lettore non ha la possibilità di tirare minimamente il fiato, perché tutta la storia, dalla prima all’ultima sillaba, ruota intorno agli omicidi e alla loro risoluzione, o al tentativo degli autori di gettare fumo negli occhi al lettore. Questa tecnica può essere efficace per un racconto, ma se si tratta di un romanzo di media lunghezza non si fa altro che sovraccaricare il lettore, che, impegnato a sopravvivere alla mole infinita di informazioni e alle teorie astruse di Ellery Queen, rischia di lanciare il libro dalla finestra.



E ora, dopo aver demolito uno dei massimi maestri del giallo, chiedo a voi, se lo conoscete: sono tutti così i suoi romanzi o ho avuto sfortuna io? Siete d’accordo con la mia opinione? Fatemi sapere!

Keep Calm and Read Nadia #90 - L'invenzione di noi due di Matteo Bussola

Buongiorno lettrici e lettori, come state? Qui tutto bene, finalmente si intravedono l’estate e il calduccio che piace a me, quindi cercherò di godermeli, perché durano sempre troppo poco!


Ma so che voi volete sentir parlare di libri, quindi oggi vi racconterò la mia impressione su un romanzo che mi incuriosiva, ma che mi ha parzialmente deluso. Sto parlando de L’invenzione di noi due, di Matteo Bussola.

Milo e Nadia sono marito e moglie, ormai più vicini ai cinquant’anni che ai quaranta. Da un po’ di tempo Milo si è reso conto che sua moglie non lo ama più come una volta, anzi probabilmente non lo ama affatto. Nonostante non sia mai stato una persona dai grandi slanci emotivi, Milo capisce che deve fare qualcosa se non vuole perdere definitivamente sua moglie: cercherà quindi di riconquistarla come aveva fatto un tempo, cioè scrivendole, ma fingendosi un altro. Riuscirà a fare breccia nel cuore apparentemente spento di Nadia?
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Nei confronti di questo romanzo ho provato emozioni ambivalenti. Ho apprezzato molto i primi capitoli, quelli in cui il protagonista racconta lo sbocciare dell’amore tra i giovani Milo e Nadia. Questa prima parte mi è sembrata la più vera, la più fresca. Ho trovato, in Milo e Nadia liceali, una concretezza e un’autenticità che, a mio parere, mancano quasi del tutto nei protagonisti adulti. Non mi riferisco tanto al fatto che, da ragazzi, tutto sembri più reale e concreto, che i sogni sembrino sempre raggiungibili e che in età adulta subentri il disincanto, anche se tutto questo è sicuramente vero, e chiunque abbia vissuto abbastanza lo potrà confermare. No, mi riferisco al fatto che i personaggi principali di questo romanzo perdono autenticità a mano a mano che l’autore scrive, quasi volesse dimostrare a tutti i costi al lettore di essere romantico, profondo e filosofico, risultando invece, almeno per quanto mi riguarda, soltanto stucchevole. Le mail che si scambiano “Antonio” (l’alter ego di Milo) e Nadia mi sono sembrate davvero troppo costruite, perse in un empireo di illazioni completamente distaccato dalla realtà. Nadia e Milo sono due persone istruite, è vero; forse credono di avere problemi più elevati rispetto a un netturbino o a un fruttivendolo; ma sono sicura che neanche un premio nobel si è mai fatto tanti “pipponi” (scusate il francesismo) in una lettera d’amore.

Si potrà forse obiettare che queste mie impressioni derivino dal fatto che io non sono per nulla una persona romantica, che ho sempre piuttosto i piedi per terra e che non mi emoziono facilmente, ma non credo sia per questo: se una storia è autentica, scritta con sentimento e senza secondi fini, tocca sempre le corde giuste, anche quelle di una vecchietta un po’ cinica come la sottoscritta. In questo romanzo, che comunque scorre con piacevole leggerezza, ho trovato un po’ troppo calcolo. Ovviamente posso sbagliarmi ed è solo la mia impressione, ma quest’impressione mi ha un po’ rovinato la lettura. Inoltre non ho potuto fare a meno di attribuire a Nadia motivi egoistici per il suo comportamento, che non voglio esplicitare troppo per non creare spoiler; questo però non ha fatto altro che aumentare la mia diffidenza verso la storia.

Tutti i romanzi vengono letti e filtrati dall’esperienza personale e dal carattere di ciascuno di noi, e credo che questo sia ancor più valido nel caso di L’invenzione di noi due, che fa del rapporto di coppia la sua stessa ossatura. Quindi sono sicura che, mai come in questo caso, ogni recensione sia diversa da un’altra e l’impressione di qualcun altro possa essere del tutto opposta. Sarei davvero curiosa di conoscere altri punti di vista, se qualcuno ha letto questo romanzo! Per ora vi saluto e vi do appuntamento a presto!

Keep Calm and Read Nadia #89 - recensione di Stupidistan - Stefano Amato



Buongiorno lettrici e lettori, come state?

Avete visto la serie Anna o recuperato il relativo romanzo e siete in crisi di astinenza da distopici ambientati in Sicilia? E io comprendo la vostra necessità e ve ne propongo subito uno: sto parlando di Stupidistan, di Stefano Amato.

Che cosa diventerebbe la società civile se le persone decidessero che non vogliono più mandare a scuola i bambini né vaccinarli, se nessuno leggesse più libri, se non ci fossero più medici e se educazione e gentilezza fossero considerate caratteristiche “da sfigati”? Questo è ciò che succede, tra gli anni Venti e gli anni Trenta del ventunesimo secolo, in Sicilia, ridenominata “Stupidistan” dopo che tutte le persone intelligenti e desiderose di migliorare la propria condizione sono emigrate nel continente. Ora non si può più né entrare né uscire legalmente dalla Sicilia, che è completamente isolata dal resto d’Italia e in cui il degrado, la sporcizia, l’arroganza e la maleducazione regnano sovrani.

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In questa regione che ormai si autogoverna (male) arriva un giorno, in circostanze rocambolesche, la giovane Patty Carnemolla. Figlia di siciliani emigrati a Roma, Patty non si distingue particolarmente per acume o disinvoltura ma, dato che in terra di ciechi anche un orbo è re, attira subito l’attenzione degli stupìdi (così si chiamano gli abitanti di Stupidistan). Patty dovrà sudare sette camicie nel tentativo di tornare a Roma…

Stefano Amato è siracusano, e non credo che abbia ambientato Stupidistan nella sua terra a cuor leggero. Il suo romanzo è comunque un ritratto paurosamente veritiero di cosa potrebbe effettivamente capitare, non solo in Sicilia ma in tutta Italia, se un’ipotetica bilancia della civiltà pendesse del tutto dalla parte dell’ignoranza, della maleducazione e della totale mancanza di ambizione a discapito della voglia di studiare e migliorarsi. Gli abitanti di Stupidistan si muovono solo in auto, passano i giorni nelle sale scommesse e mangiano solo carne. Parlano solo in dialetto e guardano con riprovazione e incomprensione chiunque metta un “per favore” o un “grazie” nelle proprie frasi. Leggendo questa storia alternavo momenti in cui ridevo da sola come una scema ad altri in cui pensavo, con un misto di preoccupazione e disperazione, che purtroppo non siamo così lontani dalla situazione presentata da Amato: basta farsi un giro su Facebook e leggere alcune delle quotidiane polemiche che si scatenano nei commenti per comprendere che la maleducazione e la totale indifferenza verso la cultura sono già imperanti in una grande fetta della popolazione. Ho apprezzato il romanzo di Amato perché è comunque lontano dalla spocchia che spesso viene rimproverata all’ ”intellighenzia”: chi è stupìdo non lo è tanto perché non ha potuto studiare, ma perché ritiene che farlo sia da pazzi e non serva a nulla.

Stupidistan lascia spazio anche alla speranza, ma non nego che il sentimento prevalente, una volta terminato il romanzo, sia stata l’amarezza, forse perché l’ignoranza sguaiata e l’arroganza fanno molto più rumore della gentilezza e dell’educazione. Un romanzo che metterei come lettura obbligatoria in tutte le scuole del Paese.


Keep Calm and Read Nadia #88 - Recensione - Un comunista in mutande di Claudia Pineiro



Buongiorno lettrici e lettori!

Come avete cominciato questo mese di maggio? Noi siamo sempre alle prese con il lavoro e avrei voluto distrarmi con qualche pranzo fuori (in tutti i sensi!), ma qui piove da una settimana… mai una gioia!

Non ci resta che consolarci con i libri: oggi vi parlo di una storia che si legge molto in fretta, di una scrittrice argentina che amo: sto parlando di Un comunista in mutande, di Claudia Pineiro. Sono sicura che conoscete quest’autrice come scrittrice di thriller/gialli, ma questa volta la Pineiro ci stupisce e cambia completamente genere: Un comunista in mutande è infatti la storia, un po’ romanzata per ammissione dell’autrice stessa, della sua famiglia, con particolare enfasi su un anno in particolare, il 1976. In quell’anno la Pineiro aveva tredici anni e mezzo, adorava il padre più di ogni altra persona al mondo pur essendo pienamente consapevole dei suoi difetti, e avrebbe fatto qualsiasi cosa affinché lui le dimostrasse il suo affetto più di quanto non facesse.

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La Pineiro descrive il padre come una persona taciturna, sempre arrabbiato con il mondo e di riflesso con la sua famiglia, in contrasto più o meno velato con il governo al potere prima, e con i militari del colpo di stato dopo, a partire appunto dal 1976. Il padre di Claudia si definiva comunista pur senza essere esplicitamente affiliato al partito, di cui non aveva la tessera e alle cui riunioni non partecipava. Era più che altro un individualista, un uomo intelligente con le proprie radicate idee politiche, ma questo suo essere “diverso” dalla maggioranza dei genitori delle proprie compagne di classe è sempre stato, per la Claudia adolescente, motivo di imbarazzo e paura. La Pineiro ragazzina non ha mai rivelato alle sue amiche l’orientamento politico e le idee del padre, temendo di essere esclusa dal giro delle amicizie e al tempo stesso di mettere il genitore in pericolo in un periodo storico, quello della seconda metà degli anni Settanta, in cui i dissidenti politici argentini potevano sparire di punto in bianco, senza particolari clamori.

La scrittura della Pineiro è scorrevole e piacevole; l’autrice prende per mano il lettore e, tra prove fotografiche e dettagli inventati, ripercorre i ricordi della propria adolescenza come se fossero verità assolute, pur sapendo che, nella maggior parte dei casi, i ricordi che ciascuno si crea sono ciò a cui ciascuno vuole credere. Il libro in sé non è particolarmente memorabile, ma il lettore più sensibile potrà sentirsi vicino alla Claudia ragazzina e al suo particolare rapporto con il papà. Ho apprezzato molto anche la finestra aperta sul fenomeno dei desaparecidos, sul quale so pochissimo dal momento che, pur ripromettendomi sempre di informarmi, resto un’imperdonabile ignorante.

Voi conoscete i romanzi di Claudia Pineiro? Leggerete questo suo libro un po’ particolare? Fatemi sapere, a presto!

Keep Calm and Read Nadia #87 - La ragazza con la pistola - Recensione


Buongiorno lettrici e lettori!

Oggi vi parlo di un romanzo che ho letto in ritardo rispetto alla data di pubblicazione e che blogger più autorevoli di me, tipo la mia socia, hanno già recensito da tempo. Sto parlando de La ragazza con la pistola, di Amy Stewart (“come la cantante!” ha detto la mia mamma quando gliene ho parlato, dimostrandomi, se ancora ce ne fosse bisogno, che abbiamo culture musicali completamente diverse).

Ma torniamo a noi e al nostro romanzo. 1914. Le sorelle Kopp vivono da sole in una casa di campagna con annessa stalla nel New Jersey, dopo che la madre è morta. Il fratello Francis è sposato e cerca continuamente di convincerle a trasferirsi a casa propria, ma Constance, Norma e la giovane Fleurette non vogliono sentirne parlare. Le cose si complicano quando l’auto di Henry Kaufman, un poco di buono proprietario di una fabbrica in cui si tingono i tessuti, investe il carro su cui viaggiano le sorelle. Il tentativo di ottenere un risarcimento creerà non pochi problemi alle Kopp…
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Mi ero procurata questo romanzo subito dopo averne sentito parlare da Baba e Daniela, ma non avevo ancora avuto occasione di leggerlo. Grazie alla challenge me ne sono ricordata e sono contenta di averlo recuperato. La storia è raccontata in prima persona da Constance, la maggiore delle sorelle, con garbo e frizzante ironia. Capiamo subito che le Kopp, di padre boemo datosi alla macchia anni prima e madre austriaca, ormai morta ma ancora molto presente nelle vite delle sorelle, non sono ragazze comuni per quei tempi: ognuna con un carattere deciso e fortemente indipendenti, hanno una spiccata tendenza a mettersi nei guai; le convenzioni stanno loro strette e difficilmente qualcuno può dir loro cosa fare. Mi è piaciuto molto il modo in cui la Stewart ha deciso di raccontare la storia, facendo parlare la protagonista in modo tale da rendercela più vicina, dal momento che la sua personalità sarebbe risultata forse poco credibile rispetto ai tempi in cui si svolge il romanzo se fosse stata narrata in terza persona. Così invece ci affezioniamo subito a Constance, che decide anche di svelarci un segreto riguardo al suo passato, segreto che ce la rende più umana e simpatica.

Lo stile dell’autrice è scorrevole e piacevole, le pagine volano, e nonostante abbia trovato che alcune vicende si ripetano un po’ uguali a sé stesse, il romanzo rimane fresco e godibilissimo. I personaggi sono ben caratterizzati e la Stewart ha fatto bene, a mio avviso, a inserire la storia di Lucy Blake oltre alle vicende delle sorelle, per spezzare un po’ il ritmo e aggiungere un elemento a una storia che diversamente avrebbe rischiato di diventare un po’ monotona. Rispetto a questa parte del romanzo ho avuto qualche perplessità su come sia terminata la vicenda di Lucy, ma non ne parlerò qui per evitare spoiler.

Nel complesso una storia leggera, simpatica e divertente, che mi ha fatto sorridere più volte ma anche riflettere sulla condizione della donna di un secolo fa. Questo romanzo ha un seguito, Grossi guai per miss Kopp, e credo che lo leggerò prima o poi per sapere quali altre avventure attendono le nostre sorelle. Per il momento vi saluto, e vi do appuntamento alla prossima puntata!

Keep Calm and Read Nadia #86 - Stronze si Nasce - Recensione


 Buongiorno lettrici e lettori, come state?

Avete trascorso una buona Pasqua? Oggi vi allieto (spero!) con la recensione di un romanzo che avevo scelto di leggere negli ultimi giorni di marzo perché era perfetto per uno degli obiettivi della Superlettori all’arrembaggio challenge, ma che purtroppo, complici i mille impegni di lavoro dello scorso mese, non sono riuscita a terminare in tempo. Sto parlando di Stronze si nasce, di Felicia Kingsley. Sono comunque contenta perché posso inserirlo in un altro obiettivo per aprile, e perché tutto sommato, nonostante qualche difettuccio, si è rivelata una lettura rilassante e mi ha apportato lo svago di cui ho un gran bisogno in questo periodo.
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Ma bando alle ciance e passiamo alla storia: Allegra Hill vive a Londra, ha alle spalle una famiglia ricca e presente alle spalle, ma questo non le ha impedito, negli anni del liceo, di sentirsi sempre seconda alla superpopolare Sparkle Jones, la classica “stronza” con cui almeno una volta tutte le persone ingenue e disponibili hanno avuto a che fare. Dopo l’università è finalmente pronta a entrare nel mondo del lavoro, felice di essere stata “ripescata” per un posto interessante presso una prestigiosa società immobiliare. Ma il primo giorno di lavoro scopre che alla Royal&Lloyds una delle colleghe è nientemeno che… Sparkle Jones! La sua nemesi dell’adolescenza sarà cambiata, o sarà ancora la solita stronza?

Lo sapete, non leggo molti romance o rosa o come li volete chiamare; sono poco romantica e preferisco i thriller, ma non disdegno affatto un po’ di leggerezza di tanto in tanto, se è ben scritta e intelligente. Questo romanzo per fortuna risponde a entrambi i requisiti, e sono stata contenta di aver scoperto Felicia Kingsley, autrice di cui non avevo mai letto nulla. I personaggi sono delineati molto bene, sono decisamente meno stereotipati rispetto ai classici cliché del genere e anche la trama stessa è più originale di quelle del romance medio. Mi è piaciuto molto anche il lavoro di ambientazione fatto dall’autrice, purtroppo non scontato quando si parla di questo genere. Allegra è un personaggio a cui ci si affeziona, nonostante molte delle scelte che fa durante l’evolversi della storia non siano delle migliori. Purtroppo ho percepito anche qualche nota stonata che mi ha fatto un po’ arrabbiare, ma questo sicuramente è successo perché riflette la mia esperienza personale, e se non fossi stata coinvolta in prima persona quasi sicuramente non ci avrei fatto caso. Sto parlando (MINISPOILER) del fatto che, chiamata a doversi salvare il posto di lavoro effettuando la vendita di una casa enorme e difficilissima da piazzare, Allegra la ristruttura praticamente da sola e quasi da cima a fondo in una settimana, improvvisandosi ristrutturatrice, imbianchina e arredatrice di interni. Mi dispiace ma, essendo stata anch’io un’impiegata in ufficio che è diventata ristrutturatrice, posso garantire che questa parte del racconto non è solo inverosimile, ma completamente fuori dal mondo. So che soprattutto nei romance sono presenti esagerazioni e che diversamente non si potrebbe far sognare le ragazze, ma qui veramente la Kinglsey l’ha fatta fuori dal vasino. Ho trovato inoltre un po’ troppo ingenua la Allegra dell’inizio del romanzo, soprattutto considerando quanto in fretta riesca a trasformarsi per tenere testa a Sparkle. In ogni caso il romanzo vale decisamente la pena di essere letto, e, soprattutto se siete fan del genere, non potete perdervelo. Sicuramente leggerò qualcos’altro di suo, ma per ora con il romance ho dato!

E voi, amate il genere e quest’autrice in particolare? Se avete voglia fatemi sapere; nel frattempo… appuntamento a presto!

Keep Calm and Read Nadia #85 - Sangue inquieto di Galbraith - Recensione


Carissimi, oggi Nadia ci parla di una delle serie che preferisco in assoluto, di uno di quei libri che aspettavo da tanto, insomma torna Galbraith con un suo bel malloppone che ho comprato ma che non riesco a leggere, sicuramente non a marzo. Ma c'è la mia socia, lei è sul pezzo! Quindi godetevi la sua pazzesca recensione.
Buongiorno lettrici e lettori! Come state?

Oggi voglio parlarvi dell’ultimo capitolo (finora) di una delle mie serie preferite: mi riferisco a quella di Cormoran Strike e Robin Ellacott, e nella fattispecie a Sangue inquieto, l’ultima fatica di Robert Galbraith, aka J.K. Rowling.

In questo quinto episodio Cormoran e Robin si trovano alle prese con un cold case: vengono infatti ingaggiati da una donna per scoprire cosa sia effettivamente successo alla madre, la dottoressa Margot Bamborough, scomparsa nel 1974. I sospetti sembrano concentrarsi da subito su un serial killer dell’epoca, Dennis Creed detto Il macellaio dell’Essex, ma per i due detective venire a capo del mistero non sarà facile…
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Per parlarvi di questo romanzo, come in realtà di tutti i libri con questi due protagonisti, credo di dover scindere il giallo vero e proprio dalle vite personali dei personaggi. Il giallo infatti, come è ormai tradizione per Galbraith, è anche questa volta estremamente corposo e ricchissimo di personaggi e particolari. Nella loro indagine Strike e Robin si trovano a dover scavare nella vita di tantissime persone, tutte in un modo o nell’altro legate alla persona di Margot. Si tratta in un certo senso di un rebus complicatissimo e intricato, la cui risoluzione per il lettore (a meno che la tonta totale in tutto questo sia io) è praticamente impossibile, a meno da farla diventare un lavoro vero e proprio e di prendere appunti per tutta o quasi la durata del romanzo. Non voglio dire che non abbia apprezzato la costruzione del caso da parte dell’autore, anzi, mi ha appassionata cercare di comprendere se la dottoressa potesse essersi allontanata volontariamente o se davvero qualcuno avesse responsabilità per la sua morte. A mio parere la soluzione dell’indagine è un po’ bizzarra e poco credibile, ma non posso negare che a livello logico torni tutto perfettamente.

Il motivo per cui continuo a leggere questa serie, però, non è nella perizia con cui Rowling/Galbraith costruisce i suoi intrecci. Il motivo, e credo che il 99% dei lettori di Cormoran e Robin sia d’accordo con me, è la storia personale dei due protagonisti e l’alchimia tra essi, mai forzata, sempre sospesa su un metaforico filo, quella sì estremamente naturale.

Dopo cinque libri Cormoran e Robin sono molto di più di due semplici personaggi, sono due nostri cari amici. L’autore ha fatto con loro un lavoro tale che davvero sembra che i due detective possano staccarsi dalla carta e che li potremmo trovare a indagare per le strade di Londra (se solo riaprissero queste benedette frontiere io andrei in Denmark street a cercarli). Ho adorato ogni singola pagina di questo libro, soprattutto le parti in cui i protagonisti vivono la loro vita; ho cercato su internet ogni singolo profumo che Robin si prova, cercando di capire quale sarebbe piaciuto a me; ho rabbrividito e starnutito nelle strade allagate della Cornovaglia mentre Cormoran e la sorella Lucy tentavano di raggiungere gli zii a St. Mawes. O sono pazza io, o la Rowling è una vera, grande scrittrice.

Keep Calm and Read Nadia #84 - La corte di fiamme e argento - Recensione


Buongiorno lettrici e lettori!

Arrancando un po’ a causa dei ritmi di lavoro super incalzanti (posso andare in pensione alla soglia dei 43 anni?!) eccomi con la recensione di un bel libro fantasy: sto parlando di La corte di fiamme e argento, di Sarah J. Maas. Si tratta del quinto libro della serie cominciata con La corte di rose e spine; di solito sono abbastanza tiepida nei confronti dei fantasy, ma questa serie ha saputo coinvolgermi da subito. I primi quattro libri della serie sono molto incentrati sulla protagonista Feyre, anche se nel quarto l’autrice aveva saputo stuzzicare la mia fantasia aggiungendo carattere e personalità alle due sorelle di Feyre, Elain e soprattutto Nesta, tanto che avevo sperato che scrivesse un romanzo tutto per quest’ultima. Con La corte di fiamme e argento la Maas mi ha fatto questo regalo, e ne sono stata complessivamente contenta, anche se qualche piccolo dettaglio mi ha fatto storcere il naso. Ma andiamo con ordine.

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ATTENZIONE, POTREBBERO ESSERCI SPOILER PER CHI NON HA ULTIMATO I PRIMI QUATTRO LIBRI

Avevamo lasciato i nostri protagonisti vincitori sul re di Hibern, ma a caso prezzo: tantissimi gli Yllirian morti, Cassian e Azriel feriti e il padre di Feyre, Elain e Nesta morto nell’ultimo, disperato tentativo di dimostrare il suo amore alle figlie, a Nesta in particolare. Proprio il non aver saputo perdonare il proprio padre è uno dei motivi per cui, adesso, Nesta ha imboccato una strada verso l’autodistruzione apparentemente senza ritorno: una condotta sessuale promiscua, la dedizione all’alcool e lo sperpero dei denari della Corte degli Incubi convincono Rhys, Feyre e gli altri a tentare una terapia d’urto con la maggiore delle sorelle Archeron. Sotto la guida di Cassian Nesta dovrà addestrarsi alla lotta e lavorare in biblioteca, in una sorta di esilio imposto.

Mi è piaciuta molto l’evoluzione di Nesta: sebbene fosse naturalmente scontato il suo graduale riscatto, ho trovato verosimile e correttamente non affrettato il suo percorso. Le parti avventurose mi sono piaciute tantissimo, non mi facevano staccare gli occhi dal libro; al contrario, ho trovato un po’ forzato ed eccessivo il versante erotico, che in questo libro a mio avviso è davvero stridente con il resto della storia. Non sono una puritana e, anche se non sono una giovincella, leggere certe scene mi interessa ancora, ma in questo libro ho trovato un po’ troppo preponderante e a volte ridicola questa parte.

Un altro “dettaglio”, che tale non è, riguarda purtroppo la traduzione e l’editing italiano: molte, troppe volte la traduzione è risultata purtroppo imbarazzante, tanto da rendere quasi inintelligibile il senso della storia. Non sono la sola a essersi lamentata di questo, e credo che la Mondadori dovrebbe correre ai ripari.

L’amicizia tra Nesta e le sue compagne di addestramento mi è piaciuta, anche se (e datemi della cinica) non credo che nella realtà esistano davvero simili legami, se non a parole. Ciò non toglie che faccia bene al cuore leggerli in un libro.

Tutto sommato sono davvero soddisfatta che la Maas abbia lasciato a Nesta lo spazio che meritava. Adesso sono curiosa di sapere se anche Elain meriterà un tale onore, anche se a mio parere si tratta della più scialba delle sorelle. Ma forse l’autrice saprà smentirmi! A presto per un’altra recensione gente!

Keep Calm and Read Nadia #83 - Autobiografia di Petra Delicado

Buongiorno lettrici e lettori!
Come state? Io tutto bene anche se sono stufa del freddo e non vedo l’ora che arrivi la primavera… poi quando cominceranno le belle giornate morderò ancora più il freno di adesso perché la voglia di viaggiare diventerà insopportabile!

E allora accontentiamoci ancora una volta di viaggiare con i libri: oggi voglio parlarvi dell’ultimo romanzo di un’autrice che, per quanto mi riguarda, scrive troppo poco: sto parlando di Alicia Gimenez Bartlett, che finalmente è tornata in libreria con Autobiografia di Petra Delicado.
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Il titolo originale di questo romanzo è “Sin muertos”, ovvero “senza morti”. Sì, perché questo libro, nonostante abbia per protagonista l’ispettrice letteraria più famosa di Barcellona, non presenta l’ennesimo omicidio su cui fare luce: stavolta non ci sono morti, ma “soltanto” Petra, che racconta la sua vita e le scelte che l’hanno portata a essere così come noi affezionati lettori la conosciamo oggi.

Con il pretesto di una tranquilla vacanza in convento, lontana da marito e figliastri, la nostra protagonista fa il punto della propria esistenza per stilarne un bilancio il più onesto possibile: facciamo così la conoscenza della sua famiglia di origine, del rapporto con i genitori e con le due sorelle, dell’infanzia serena ma che già porta in sé i semi del carattere irrequieto e insofferente alle regole che ben conosciamo. Petra ci parla dei suoi studi, dei suoi mariti, della decisione di entrare in polizia e lo fa con franchezza, senza nasconderci i suoi errori ma presentandoceli con quell’ironia pungente che tanto amo in lei.

Come forse si intuisce dalle mie parole per me Alicia Gimenez Bartlett ha fatto con Petra un lavoro fantastico. Petra è più di un personaggio, è un carattere talmente ben costruito, sfaccettato e coerente con se stesso da sembrare a chi ha letto tutti i suoi romanzi una donna in carne e ossa. Sicuramente l’uso del racconto in prima persona che l’autrice usa sempre nei romanzi della serie aiuta tantissimo da questo punto di vista, ma la caratterizzazione dell’ispettrice Delicado a mio parere si avvicina al capolavoro.

Quante volte, amando un personaggio ed essendoci affezionati a lui dopo aver letto numerosi episodi che lo vedono protagonista, vorremmo conoscerlo meglio, sapere qualcosa in più sul suo passato e sulle motivazioni che l’hanno reso così com’è? Beh, con questo romanzo credo che l’autrice abbia voluto fare un vero e proprio regalo ai suoi lettori affezionati, perché possiamo conoscere ancora meglio l’ispettrice Petra Delicado.

Per quanto mi riguarda, forse continuo a preferire i romanzi in cui Petra e Firmìn lavorano insieme sul campo, scovano e arrestano assassini, battibeccano e godono dell’amicizia reciproca. Però Petra mi mancava davvero tanto (non ho voluto guardare la serie tv con la Cortellesi: a mio avviso è un’ottima attrice, ma Petra non può essere identificata con un volto così conosciuto, secondo me) e mi sono davvero goduta il viaggio. Se anche voi come me amate la Gimenez Bartlett e la serie di Petra Delicado non potete perdervi quest’ultimo romanzo!

Keep Calm and Read Nadia #82 - La maestra cattiva - recensione

 


Buongiorno lettrici e lettori, come state? Io, dopo letture di vario genere scelte soprattutto affinché si incastrassero nella challenge, torno a uno dei miei grandi amori, ovvero il thriller psicologico, e lo faccio con un romanzo che ho letto in un solo giorno: sto parlando di La maestra cattiva, di Suzy K. Quinn.
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Lizzie Riley si è trasferita fuori Londra con il figlio Tom, un ragazzino sveglio di otto anni, dopo essersi separata dal marito e aver ottenuto contro di lui un ordine restrittivo. I servizi sociali, che la seguono dopo il trasferimento, sono riusciti a far iscrivere Tom in una scuola prestigiosa, ma da quando il bambino la frequenta accadono fatti strani: Tom è spesso aggressivo, non si confida più con la madre e sembrerebbe avere segni di iniezione sul braccio. Che sta succedendo? Quali responsabilità hanno il preside e l’arcigna signora Dudley?

Il pregio maggiore di questo romanzo è che si fa leggere davvero con piacere. La storia è avvincente, i punti di vista di Lizzie, della madre Ruth, dell’assistente sociale Kate e del marito, Olly, si susseguono in maniera incalzante e tengono alto il ritmo del racconto. I personaggi sono caratterizzati abbastanza bene; non posso dire lo stesso dell’ambientazione, ma in un thriller psicologico adrenalinico come questo quasi non ce ne si accorge. Il lettore è incuriosito da subito, l’autrice è molto brava a gettarlo subito in medias res e a far sì che non perda interesse per tutto il libro.

A mio avviso ci sono anche alcuni aspetti negativi, primo fra tutti il fatto che il cosiddetto “colpo di scena” era a mio avviso prevedibile molto presto; non so se sia perché ho letto molti romanzi di questo tipo e perché conosco determinate dinamiche (non posso dirvi di più, il mega spoiler è dietro l’angolo) o perché effettivamente la Quinn non si è impegnata troppo per confondere di più le carte in tavola. Forse un altro difetto che mi sento di attribuire a questo romanzo è il fatto che la “spiegazione” arrivi quando mancano ancora diverse pagine al termine del libro, anche se poi fino alla fine il lettore rimane con il fiato sospeso per la sorte dei protagonisti.

In ogni caso si tratta sicuramente di una storia avvincente, perfetta per “staccare la spina” ed evadere senza bisogno di fare ragionamenti troppo complicati. Il ritmo sempre sostenuto mi è piaciuto così tanto che promuovo La cattiva maestra e mi sento di consigliarlo nonostante i difetti che ho riscontrato. Ecco, magari se siete lettori esperti del genere non vi avvicinate con troppe aspettative… ma se volete soltanto rilassarvi con una storia adrenalinica, allora andate tranquilli! Buona lettura e a presto!



Keep Calm and Read Nadia #81 - Chiudi gli occhi - Recensione


Buongiorno lettrici e lettori!

In queste fredde giornate di gennaio voglio parlarvi di un thriller che speravo mi avrebbe regalato qualche brivido in più: sto parlando di Chiudi gli occhi, di S.K. Paisley.

Ho acquistato questo romanzo spinta dalla trama e anche, devo ammetterlo, perché l’ho trovato tra i remainders al centro commerciale vicino casa mia, a un prezzo che davvero non si poteva rifiutare. Insomma l’ho comprato a scatola chiusa, anche perché non conoscevo l’autrice, e per poco più di 4 euro non mi sembrava il caso di mettermi a cercare notizie su internet mentre ero alla Coop. Immaginate quindi la mia sorpresa e la mia soddisfazione quando ho visto l’alto punteggio che i lettori gli assegnano su Goodreads. Ecco. Peccato che la lettura, come ben sapete, sia qualcosa di estremamente soggettivo… e io non mi ritrovo affatto nei voti entusiastici della maggioranza.

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Ma partiamo dall’inizio: quando Paul vede entrare una ragazza smarrita nel pub in cui sta trascorrendo la serata pensa solo a difenderla dalle attenzioni indesiderate di alcuni brutti ceffi e l’accompagna a casa. Si ritrova presto drogato e legato nell’appartamento della giovane, intenzionata a scoprire la verità su qualcuno a cui un tempo Paul era molto vicino. Inizia così, con il racconto del passato di Paul inframmezzato alla sua situazione attuale, la storia di un ragazzo e una ragazza in una Glasgow decadente e degradata, dove evidentemente emergere dalla propria infima condizione è un lusso riservato a pochi.

In questo romanzo mi aspettavo di trovare parti adrenaliniche, colpi di scena, momenti che mi avrebbero fatto palpitare per la sorte dei due protagonisti. In realtà quello che ho trovato è stata una storia per nulla originale, piena di cliché e scritta nemmeno tanto bene (per carità, Fanucci ha il grande merito di portare in Italia libri che diversamente nessun’altra casa editrice calcolerebbe, ma spesso le sue traduzioni hanno più di un problema, e Chiudi gli occhi non fa eccezione. Mi sono ritrovata più volte a riscrivere mentalmente intere frasi per farle suonare meglio o anche solo in italiano corretto, vi lascio immaginare quanto mi prendesse la storia). Il copione dei giovani innamorati che vivono tra povertà e criminalità è trito e ritrito, e in questo romanzo non ci sono guizzi che lo riscattino dalla banalità. I protagonisti non ne fanno una giusta, sono stolidi nel ripetere gli stessi errori come una mosca che sbatte contro il vetro della finestra. Soprattutto Lena, la protagonista femminile, ha un talento innato per ficcarsi nei guai. Paul ha raccolto qualche simpatia in più da parte mia, ma resta comunque poco per salvare il romanzo. Anche il finale è del tutto prevedibile e scontato. Come mi succede sempre quando il mio giudizio è palesemente diverso da quello della maggioranza cerco di fare un esame di coscienza per capire se sono io che non ho compreso qualcosa, però in questo caso non mi sento di andare oltre la sufficienza. Andrà meglio la prossima volta!